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Lo scorso 27 aprile, abbiamo puntualmente pubblicato la news relativa al DPCM esposto in diretta TV dal Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana e successivamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale (qui per vedere la notizia).

Le presunte possibilità di svolgere attività sportiva all’aria aperta e quelle di accesso agli impianti sportivi hanno fatto emergere non poche domande e perplessità al riguardo, dividendo i seguaci sportivi in due grandi gruppi: da una parte i professionisti sportivi sorpresi e perplessi, e dall’altra gli amanti dello sport all’aria aperta, felici e già pronti con scarpette e divise da jogging.

I punti critici del DPCM

Riportiamo esattamente quanto previsto all’art. 1f. del Dpcm:

f) non è consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto; è consentito svolgere individualmente, ovvero con accompagnatore per i minori o le persone non completamente autosufficienti, attività sportiva o attività motoria, purché comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività;

“IL FANTASMA È TORNATO!”, speravamo fosse morto e sepolto, speravamo di non ritrovarci, mai più, ad affrontare quei dibattiti, come quando 7 anni fa il Decreto (qui il DL n.69/2013) divise l’opinione sportiva e creò ondate di incertezza e dubbi interpretativi fra professionisti e non, utenti e gestori, allenatori ed allievi, sul più banale requisito per svolgere l’attività sportiva: “il certificato medico” per l’“Attività ludico – motoria – ricreativa”.

Ricordo l’anno 2013 come un anno ricco di dubbi, spiegazioni, pareri e supposizioni. La stessa paura e lo stesso “fantasma” che accompagnava allora l’emanazione del decreto relativo al certificato medico non obbligatorio per l’attività ludico motoria, è tornato!!!

Don’t worry! Ripartiamo dai giorni nostri e proviamo a rileggere con calma, analizzando nel dettaglio, questo “punto 1f”.

Per attività ludica e ricreativa, in genere, si intende l’attività sportiva organizzata in gruppo con fini d’istruzione; tale attività non è ora possibile, per ovvie ragioni di assembramento. Ogni soggetto può, quindi, svolgere attività sportiva o motoria in modo solitario o accompagnando minori o persone non completamente autosufficienti, in ogni caso, mantenendo le distanze di sicurezza da chi ha intorno, ovvero da coloro che in quel momento svolgono altrettanta attività sportiva.

Sicuramente il concetto sembra prendere forma, ma è comunque fuorviante e apre infinite possibilità di interpretazione. Prima su tutte, prendiamo ad esempio il caso del personal trainer (non me ne vogliano gli amanti del fitness, è solo per dire) che va al parco in modo solitario e casualmente trova i suoi allievi ed insieme, senza alcun fine istruttivo, condividono un’ora di allenamento a due metri di distanza l’un l’altro. Questa scena, se dichiarata, è seduta di allenamento con l’istruttore (attività ludico o ricreativa), diversamente, se non dichiarata è attività sportiva o motoria.

Attività ludica o attività sportiva/motoria?

Il secondo grande dibattito si apre leggendo il successivo punto 1g. del Dpcm, che recita:

g) Allo scopo di consentire la graduale ripresa delle attività sportive, nel rispetto di prioritarie esigenze di tutela della salute connesse al rischio di diffusione da COVID-19, le sessioni di allenamento degli atleti, professionisti e non professionisti – riconosciuti di interesse nazionale dal Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), dal Comitato Italiano Paralimpico (CIP) e dalle rispettive federazioni, in vista della loro partecipazione ai giochi olimpici o a manifestazioni nazionali ed internazionali – sono consentite, nel rispetto delle norme di  distanziamento sociale e senza alcun assembramento, a porte chiuse, per gli atleti di discipline sportive individuali. A tali fini, sono emanate, previa validazione del comitato tecnico-scientifico istituito presso il  Dipartimento della Protezione Civile, apposite Linee-Guida, a cura dell’Ufficio per lo Sport della Presidenza del Consiglio dei ministri, su proposta del CONI ovvero del CIP, sentita la Federazione Medico Sportiva Italiana, le Federazioni Sportive Nazionali, le Discipline Sportive Associate e gli Enti di Promozione Sportiva;

Da questo punto si evince che, tutti gli atleti di interesse nazionale, riconosciuti dalle rispettive federazioni possono iniziare ad allenarsi come gli atleti professionisti e non, candidati alle Olimpiadi e Paraolimpiadi. Rispettando questo volere, significa che da oggi (lunedì 4 maggio) migliaia di sportivi di ogni disciplina, giovani e non che hanno conseguito obiettivi, tempi limite, graduatorie e requisiti minimi (imposti dalle federazioni stesse) a partecipare alle competizioni nazionali giovanili e non, possono accedere agli impianti sportivi.

ATTENZIONE: Qui, casca l’asino!

Come può, ad oggi, un gestore pubblico o privato igienizzare, attivare e riaprire un impianto sportivo sostenendo spese di migliaia e migliaia di euro al giorno, solo per sportivi di interesse nazionale che già godono (ovviamente) di agevolazioni economiche per accedere all’impianto sportivo? Per quale motivo, un gestore, dovrebbe aggravare la propria situazione economica ed accollarsi ulteriori responsabilità sull’eventuale contagio degli atleti, non avendo garanzie:

  • di sostegno economico per il periodo di inattività fin d’ora vissuto;
  • assicurative a favore: dei fruitori, dei tesserati, dei collaboratori, del personale di servizio e di sé stesso;
  • di rimborso delle spese sostenute per l’accoglienza degli atleti e quindi di riattivazione dell’impianto sportivo per un tempo, che ad oggi sembra indeterminato;
  • sulle modalità e sui tempi di riapertura generali.

L’amara realtà

Ecco quindi, che sembra emergere nella “FASE 2”, confusione nell’individuare e regolarizzare lo sport organizzato e non, ma soprattutto si evidenzia una scarsa conoscenza del funzionamento degli impianti sportivi pubblici e privati.

Questa, è l’ennesima riprova di quanto sia necessaria non tanto una task force modello U.S.A., ma semplicemente un tavolo di esperti in materia sportiva e gestione degli impianti, che valutino, uniformino e traccino linee guida operative necessarie per riaprire le porte a tutti (sportivi di interesse nazionale e non) e per la gestione futura degli impianti sportivi stessi, definite secondo le modalità gestionali da sempre adottate in termini di sicurezza e rispetto dell’igiene sia dei luoghi di lavoro sia verso gli utenti che svolgono l’attività sportiva giornaliera. Le basi di queste discussioni sono sufficienti a definire:

  • gli aspetti economici;
  • le responsabilità;
  • l’aggiornamento delle procedure igienico sanitarie;
  • l’aggiornamento delle procedure sulla sicurezza;
  • le modalità di riapertura;
  • le modalità di mantenimento della gestione.

Il connotato aziendale ed imprenditoriale adottato fino ad oggi in modo astuto, dai gestori degli impianti sportivi e dai massimi esponenti dello sport, per sviluppare il settore sportivo, sembra essere, oggi più che mai, di fondamentale importanza per non far morire questo settore.

Questa grande dote è sottovalutata e non riconosciuta da chi vuole, in questo momento, imporre delle decisioni su un mondo catalogato nella sfera dell’hobby e del passatempo.

Un hobby ed un passatempo che muove 1.145.000.000 € SOLO IN CANONI/MESE di affitto di palestre e impianti sportivi (come riportano i numeri rendicontati al governo dalla neonata CIWAS – Confederazione Italiana per il Wellness, le Attività Sportive e la Salute – in rappresentanza di palestre, piscine, centri sportivi, studi personal trainer, fitness e boutique club, centri per la salute, scuole danza e sport da combattimento -. Grazie ad un studio precedentemente condotto da FNI – Fitness Network Italia).  

In conclusione, in virtù dei vari proclami provenienti da diversi fronti, governativi e non, riguardanti le auspicate riforme del sistema sportivo – la cui impellenza è stata catalizzata dagli spiacevoli fatti legati al COVID-19 – una domanda sorge spontanea: non sarà il caso che in questo percorso di cambiamento le istituzioni vengano affiancate da comitati tecnici formati da professionisti e consulenti del settore per evitare il rischio di continuare sulla lunghezza d’onda di quanto ci abbiano fatto vedere fino ad ora il Ministro e tutti quelli del gabinetto sport?

Ci auguriamo proprio di “SI”.

Autore

Alberto Bonomi

Geometra ed ex nuotatore agonista di livello nazionale. E’ stato allenatore, dirigente e coordinatore di centri sportivi, soprattutto natatori. Specializzato come consulente per la riqualifica e manutenzione di impianti sportivi pubblici e privati, materie delle quali è formatore presso la Sezione CONI provinciale di Mantova. Nel 2017 ha conseguito l’Executive Master in Management dello Sport LUISS – CONI.

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