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Ma c’è ancora confusione nella definizione e si sviluppano esperienze molto diverse. Serve un piano d’azione che incoraggi e sostenga questa economia. Il fenomeno ha aumentato l’occupazione negli anni della crisi e continuato a produrre servizi e innovazione sociale, rispondendo ai bisogni crescenti della popolazione. Le specificità nazionali sono legate alle politiche pubbliche attivate. Lo studio servirà adesso alla Commissione Europea per adottare strategie comuni sull’economia sociale.

 

Articolo di Giulio Sensi – “Buone Notizie” Corriere della Sera 10/03/2020

A Praga e Kladno, nella Repubblica Ceca, ci sono dodici locali fra bar e panetterie che impiegano giovani con disturbi cognitivi. Sono gestiti dal gruppo Etincelle, un’impresa sociale nata nel 2005 come associazione civica che dà supporto a persone con disabilità fisica e mentale tramite percorsi di educazione, integrazione ed inserimento lavorativo. Poco più ad ovest, nel villaggio di Ledce, Etincelle si occupa con la stessa filosofia di una fattoria sociale e di pulizia degli spazi pubblici. Ha 200 dipendenti, il 6o per cento dei quali in situazione di svantaggio sociale.

In Lituania c’è una fabbrica che si chiama Regseda: fu fondata nel 1959 per dare lavoro a persone non vedenti, oggi è ancora attiva e impiega 188 dipendenti, I’84 per cento con disabilità cognitive.

In Svezia Fryshuset nacque a Stoccolma nel 1984 con l’obiettivo di coinvolgere in attività sociali i giovani, trovando un nuovo campo per una squadra di baseball e una sala prove per le band. Erano tempi difficili in Svezia: dilagavano violenza giovanile e xenofobia e Fryshuset creò un centro sociale in un magazzino frigorifero abbandonato. Oggi dà lavoro a 50o persone, ha un fatturato di 20 milioni di euro e gestisce un liceo, tre palestre per il basket, due spazi per lo skate, sale per concerti, sale prove, bar e 30 progetti sociali.

A Spalato invece, in Croazia, c’è un’associazione che si chiama «Ml» (Noi in croato): da 23 anni si occupa di assistenza domiciliare e progetti culturali per gli anziani. L’associazione impiega i lavoratori vulnerabili e si finanzia tramite i privati essendo incostante il sostegno che proviene dal Comune di Spalato, in crisi come tutta la pubblica amministrazione.

Situazioni comparate

Sono solo 4 delle oltre 430.000 imprese europee che possono essere definite sociali censite nello studio «Mappatura delle Imprese sociali e i loro ecosistemi in Europa», realizzato dal centro di ricerca italiano Euricse, in collaborazione con Emes International Research Network, per la Commissione Europea.

Lo studio ha comparato per la prima volta il fenomeno dell’impresa sociale nell’area europea, pubblicando 35 report nazionali (28 Paesi membri e 7 Paesi extra-UE) con 7o ricercatori internazionali all’opera e 75o stakeholder intervistati. Uno «stato dell’arte» che ha fatto emergere un mondo in espansione, molto variegato e diverso in ogni Paese, ma accumunato da una forte vitalità che sta permettendo di crescere e impiegare in attività di sostegno dell’inclusione sociale sempre più lavoratori. Ha aumentato l’occupazione negli anni della crisi e continuato a produrre servizi e innovazione sociale, rispondendo ai bisogni crescenti della popolazione.

«Misurare la consistenza di queste imprese — commenta Giulia Galera, la ricercatrice di Euricse che insieme a Carlo Borzaga ha coordinato lo studio – è stata una sfida enorme: i dati sono carenti e i confini del fenomeno definiti spesso in modo diverso. Ma le imprese sociali esistono in tutti i Paesi ed hanno origine comunitaria, nascendo dall’economia sociale. L’interesse dell’Europa è cresciuto e un ruolo importante è stato ricoperto dagli stessi fondi europei e dalla Social Business Iniziative lanciata nel 2011».

Diverse politiche

Lo studio di Euricse mostra che esiste ancora una certa confusione intorno alla definizione di imprese sociali e che in ogni Paese si sviluppano in modo differente.

Le specificità nazionali sono legate alle politiche pubbliche attivate. «Possiamo dire – aggiunge Galera – che ci sono quattro grandi gruppi. Il primo composto da Italia, Spagna, Portogallo e Grecia associa l’impresa sociale ai sistemi di welfare tradizionalmente contraddistinti da una debole offerta di servizi da parte del pubblico e da un forte attivismo della società civile. Il secondo gruppo vede i Paesi scandinavi, insieme a Danimarca e Gran Bretagna, in cui le imprese sociali si sono sviluppate nel processo di esternalizzazione dei servizi pubblici di welfare, ma anche con esperienze nate dal basso e dai cittadini. Un terzo gruppo è composto da Germania, Austria, Francia e Paesi Bassi: per storia hanno sistemi di welfare che coinvolgono strutture non profit molto grandi e settori di nicchia, come le energie rinnovabili, con le imprese sociali molto presenti. Infine ci sono molte nazioni dell’Europa dell’est e sud-est che hanno visto riforme rilevanti negli ultimi anni e sono contraddistinti da una tradizione associativa e cooperativa debole, ma le cui politiche pubbliche hanno lavorato molto sull’inserimento lavorativo con il contributo anche di programmi internazionali e filantropici».

Lo studio servirà adesso alla Commissione Europea per adottare un piano di azione sull’economia sociale. «Emerge chiaramente — conclude Galera – che è fondamentale creare un eco-sistema coerente e bilanciato, capace di valorizzare la natura dell’impresa sociale sia nella produzione di beni e servizi, sia nella dimensione inclusiva. C’è un diffuso bisogno di formazione anche per il pubblico e il mondo bancario che spesso non comprendono bene la natura delle imprese sociali».

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