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La svolta dell’impiantistica sportiva in Italia passa dalla nuova Scala del Calcio?!

Proprio a Milano è in corso un sentito dibattito inerente alla riqualificazione o nuova costruzione della cosiddetta “Scala del Calcio”.

Non a caso la scorsa settimana, a consecutio della notizia pubblicata dalle principali testate capitoline inerenti all’apertura del bando per la riqualificazione del PalaTiziano (un altro “tempio” storico dello sport italiano), abbiamo voluto farvi conoscere la nostra opinione in merito al probabile futuro dell’impiantistica sportiva. Nello specifico, l’articolo concludeva così:

“…il futuro dell’impiantistica sportiva o meglio, come piace chiamare anche a noi di CMA, delle “case dello sport”, sarà un’unione architettonica fra passato e futuro, non con nuove costruzioni ma con mastodontiche riqualificazioni nel pieno rispetto delle politiche ambientali e sociali, in piena armonia con i principi di CSR – Corporate Social Responsibility, caratterizzati da elementi digitali all’avanguardia, con un modello gestionale polifunzionale dove la funzione non sarà solo la poliedricità gestionale delle manutenzioni strutturali e dei servizi proposti, al fine di non “buttare via nulla…”

Rimanendo in tema: ripartiamo da qui.

Come abbiamo già visto, in principio le strutture sportive si definivano “futuristiche” quando riuscivano a mimetizzarsi perfettamente al contesto in cui sorgevano. Col passare del tempo questa concezione ha perso appeal, grazie all’evoluzione del concetto di sport.

Quest’ultimo, infatti, è diventato parte integrante delle nostre vite, è presente prima e dopo gli impegni lavorativi, prima, durante e dopo l’orario scolastico, sia sotto forma di hobby che di impegno agonistico e non, sia, non da ultimo, sotto forma di intrattenimento vero e proprio. Possiamo dire anche che lo sport è diventato (sta diventando!) non solo un lavoro per gli sportivi ma anche un lavoro per i professionisti che si cimentano in vari ruoli all’interno di questo mondo: dall’istruttore all’imprenditore. Non meno importante è da considerare che i luoghi della pratica sono considerati luoghi di formazione personale, sociale e di crescita umana.

E’ chiaro, quindi, che per gli impianti sportivi di vecchia concezione, ospitare tutto questo diventa veramente difficile e complicato, non per un fatto di capienza o di mancanze strutturali ma per mancanze di servizi annessi.

Alla base di questo mix di concetti e nuove situazioni c’è un paese, l’Italia, che non può fare a meno di evidenziare il proprio patrimonio monumentale ed artistico come punto di riferimento e fiore all’occhiello dell’edilizia sportiva e non.

Ristrutturare San Siro, quindi, vorrebbe dire mantenere invariata la struttura dello stadio esistente aggiornandola alle più recenti normative e donandogli tutti i più moderni accorgimenti del caso. Ma di per sé non sarebbe sufficiente a garantire e sviluppare l’ospitalità che la nuova concezione del mondo sportivo richiede.

Di contro l’ipotesi di abbattere lo stadio esistente per costruirne un nuovo con annessa area, sembrerebbe essere la risposta idonea a queste nuove esigenze.

A mio avviso, forse, la “via media” per dirla alla John Malkovich (nella serie TV “The New Pope”), potrebbe essere quella corretta.

Partendo dalla convinzione per cui le case dello sport dovranno essere “poli socialmente funzionali” ed in piena armonia con i principi di CSR – Corporate Social Responsibility, fornendo strutture e servizi per il tempo libero, per la formazione, l’intrattenimento e la cultura in modo più o meno complesso in funzione del target a cui ci si rivolge, è possibile ipotizzare e pensare che in casi come San Siro, diventa indispensabile adattare e rendere l’area e il contesto stesso, in cui si trova lo stadio, un “porto” in cui poter offrire tutti i servizi e le relative attrezzature, non solo per vivere lo sport da spettatore ma anche per favorire il movimento del turismo sportivo e la vita quotidiana del circondario.

A seguito di questa riflessione e concludendo con una metafora romantica, sembra ovvio e opportuno affermare che le “case dello sport” dovranno disporre di un ampio “giardino” e “zone di accoglienza”, dovranno allargare i confini che limitano la proprietà e accogliere il flusso sociale giornaliero. Così facendo, non solo sarà possibile supportare la concezione evoluzionistica dello sport in tutte le sue forme, ma si potrà anche fornire nuovi poli che incentivino la crescita del benessere psico fisico sociale.

E…. se la zona dispone di un bene storico monumentale, valorizziamolo… se fino ad oggi è sopravvissuto, un motivo ci sarà.

Autore

Alberto Bonomi

Geometra ed ex nuotatore agonista di livello nazionale. E’ stato allenatore, dirigente e coordinatore di centri sportivi, soprattutto natatori. Specializzato come consulente per la riqualifica e manutenzione di impianti sportivi pubblici e privati, materie delle quali è formatore presso la Sezione CONI provinciale di Mantova. Nel 2017 ha conseguito l’Executive Master in Management dello Sport LUISS – CONI.

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