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Non tutti i mali vengono per nuocere, soprattutto se la soluzione al male lasciato dal coronavirus è una partnership tra due colossi come la Disney e la National Basketball Association.

 

Il coronavirus ha mietuto vittime e sospeso la quotidianità di tutti noi, facendo crollare certezze e minando il nostro equilibrio emotivo ed economico. Anche lo sport ne ha risentito notevolmente, le Olimpiadi di Tokyo sono state posticipate di un anno così come gli Europei di calcio e molti altri eventi nazionali ed internazionali.

Oggi a circa tre mesi dall’inizio della pandemia il mondo sportivo pian piano a riparte, il calcio in Germania, Spagna, Italia ed Inghilterra, gli allenamenti degli atleti nazionali e, soprattutto per gli amanti dello spettacolo made in USA, sta per tornare la NBA.

Non è un periodo facile per l’America di Trump in pieno fermento tra rivolte antirazziali e COVID-19, ma anche attraverso lo sport si sta cercando di ripartire. Il commisioner della NBA Adam Silver subito dopo la sospensione del campionato in corso ha iniziato a sondare il terreno per preparare la ripartenza e concludere questa annata travagliata per la lega americana che ha già perso numerosi introiti, dal ticketing ai diritti TV.

Fin da subito è trapelata la possibilità di portare tutte le franchigie in un unico posto cosicché si potessero limitare spostamenti e afflusso di persone, controllando meglio il virus in caso di contagio. Tra le varie opzioni, il basket ha scelto subito un posto speciale per grandi e piccini, ovvero Disney World, il parco divertimenti che si trova ad Orlando in Florida e che attira milioni di visitatori da tutto il mondo, oltre a garantire ampio spazio per poter disputare le partite mancanti della stagione (88) e le gare dei play-off valide per il titolo.

Lo spettacolo nello spettacolo, come da tradizione americana. Il binomio Disney-NBA fa sbarrare gli occhi a tutti i manager finanziari, parliamo di due imperi dell’economia mondiale dal valore di 45 mila milioni di dollari, per la casa di Topolino, e di 8,8 miliardi di dollari se si considera il fatturato della sola NBA nel 2019 a cui vanno aggiunti 63 miliardi di dollari di valore totale delle 30 franchige, niente male, sicuramente una base economica e di marketing solidissima per una ripartenza.

La casa del basket sarà quindi l’ESPN Wide World of Sports Complex, ovvero il complesso sportivo di 220 acri situato all’interno di Disney World, che dal 18 agosto fino al 7 ottobre (data eventuale di gara 7 delle Finals) vedrà in scena LeBron e company sfidarsi per il titolo. Non tutte le franchige però hanno deciso di accettare. Proprio così, il management è stato chiaro: “queste sono le regole, queste le linee da seguire, se volete ci vediamo in Florida per terminare questa stagione”. Chiari, diretti, senza tanti ripensamenti per il bene di tutta la Lega. Ma come detto non tutti hanno acquistato il biglietto per Disney World. Saranno infatti soltanto 22 delle 30 squadre iniziali le contendenti al titolo di campione. I rinunciatari hanno optato per la linea sicura, mettendo davanti a tutto la salute di atleti, staff e dirigenti, senza creare polemiche e accettando le decisioni da parte del direttivo.

A Disney World i giocatori verranno testati ogni sera, se ci sarà un caso di positività non verrà fermata la stagione, la persona verrebbe messa in quarantena per almeno 10 giorni e verrebbe riammessa solo dopo due test negativi. A tutti verrà chiesto di rimanere nella “bolla” del quartier generale e chi dovesse “uscire” verrà messo in quarantena per almeno 10 giorni, le famiglie verranno ammesse solo il primo turno dei playoff e comunque dopo almeno una settimana di quarantena al loro arrivo.

Chissà se le rinunce incideranno sullo spettacolo e chissà se qualche mancanza tecnica verrà coperta dai colori e dall’atmosfera Disney, sicuramente noi amanti del basket non vediamo l’ora che si torni a schiacciare, anche su Marte se sarà necessario.

L’efficientamento energetico

Autore

Gabriele Di Leginio

Amante dello sport e sportivo “da sempre”, è un manager qualificato che vanta una Laurea in “Governance dello Sport” all’Università degli Studi di Teramo ed una specializzazione in “Management dello Sport” all’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Nel 2014 ha conseguito il Diploma al corso internazionale “Gestión Deportiva” presso il CIES, la Real Federación Española de Futbol e la Universidad Rey Juan Carlos de Madrid.

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