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Il racconto a puntate sul “calcio in rosa” finisce qui. Il movimento ha le gambe forti ed è pronto a spiccare il volo.

Il calcio femminile in Italia oggi somiglia ad un ciclone pronto a spazzare via dalle scene ogni pregiudizio. E’ un movimento forte, il quale non ha più bisogno di eroi(ne).

Lo abbiamo detto fin da principio, e non abbiamo mai mancato l’occasione di ribadirlo più volte, che  questo nostro viaggio è partito dalla ricostruzione di alcuni piccoli indizi, con l’ambizione di trovare una logica storica al movimento calcistico femminile nostrano. Tra i tanti tasselli – anche di differente natura – che abbiamo collezionato e ricomposto con pazienza e divertita partecipazione, con un pizzico di mea culpa credo che non ci siamo soffermati abbastanza su alcune considerazioni culturali, sociali appartenenti al pregiudizio – e quindi ad un ostacolo grande e radicato – con cui il movimento ha dovuto combattere per raggiungere il livello di “accettazione” (si, è brutto soltanto vederlo scritto ma credo che ancora sia una limitante questione di “accettazione” di un fenomeno piuttosto che adesione e accoglienza organica dei suoi principi e valori) di cui gode oggi. ’

Nonostante la grande ascesa e lo sviluppo esteso e crescente dei consensi, stiamo comunque parlando di un movimento che risente ancora fortemente di una sensibilità resistente all’evoluzione del costume e da un pregiudizio che risale alle origini del calcio stesso. Il tennis, di tradizione ottocentesca, fu pronto ad aprirsi alle donne, per la condizione paritaria tra i due sessi di un agonismo di alta società. Il basket, inventato negli USA nel 1891, si diffuse tra le donne per l’adozione del gioco nelle scuole americane, a crescente frequenza femminile. Per il calcio al femminile, queste corsie privilegiate, questi accadimenti-volano mutuati da fatti o correnti storico-sociali-culturali, non sono mai toccati. Specialmente a quello italiano, che è sbocciato forse più per l’eroismo di una figura carismatica, vera e propria Dea del movimento, che non per programmaticità e costruzione “dal basso”.

Ebbene si, forse l’Italia del calcio femminile deve gran parte del suo successo, alla tenacia, alla perseveranza e al coraggio sportivo e umano di Carolina Morace, un bomber, un’eroina dello sport che più che a un’atleta valorosa ho sempre ricondotto ad un’amazzone coraggiosa e gloriosa.

Nata a Venezia nel 1964, Carolina Morace, è stata una che appena quattordicenne, aveva esordito nel 1978 in nazionale: una maglia che ha indossato 150 volte. Al termine di questa lunga e fortunata carriera, l’atleta veneziana si è dedicata all’attività di allenatrice nelle rappresentanze laziali. Ma a fare notizia, persino sulla CNN e nel settimanale «Time», fu la sua assunzione al ruolo di allenatrice nella Viterbese, una squadra militante nella serie C1. Era la prima donna in Europa a condurre una squadra maschile, di professionisti.

Un’esperienza promettente, ma rapidamente declinata. Malgrado un iniziale successo, dopo la prima sconfitta della squadra in campionato, i rapporti tra l’allenatrice e la dirigenza precipitarono fino a indurre Carolina Morace alle dimissioni, ma soprattutto al rifiuto di una condizione di precarietà e di isolamento alla quale appariva condannato un audace esperimento.

Queste alcune note in calce da appuntare alla sua tenace carriera. Capitano di una Nazionale che faceva della “partecipazione” il suo risultato migliore, e della dignità il suo valore più grande, per me che fin da bambino non ho mai mancato di seguirne i grandi eventi grazie a “Mamma Rai”, recitando un ruolo non di secondaria importanza nel panorama internazionale: terze ai primi campionati europei, disputati dal 1982 al 1985, le azzurre hanno occupato nelle classifiche delle successive manifestazioni internazionali posizioni di rilievo, conquistando il secondo posto in Europa nel 1993 e nel 1997, precedute dalle norvegesi e dalle tedesche che con le svedesi e le americane sono state fino ad ora le maggiori protagoniste della scena mondiale. 

E, al di là di questi risultati, colei che diede un’imprevedibile notorietà al pallone in rosa, divenendo modello cui ispirarsi per generazioni di bambine, è stata proprio la grande Carolina Morace.

Il bomber o l’ariete che ha consentito una crescita ispirata e costante del movimento, che al 30 giugno del 2018, secondo l’ultimo Report Calcio FIGC 2019, ha registrato 25.896 le calciatrici tesserate per la Federcalcio (erano 23.665 l’anno precedente), tra le quali 12.908 le Under 18 (54% del totale); 677 le società registrate delle quali 24 per i campionati di Serie A e Serie B gestiti direttamente dalla FIGC, che dal 2018/19 si occupa anche di Coppa Italia, Campionato Primavera e Supercoppa.

La stessa FIGC, da cui si attendono i dati ufficiali del 2020 – sicuramente crescenti – alla quale è inoltre demandata la strategia di sviluppo del settore e l’attività delle Nazionali, che annovera 5 Selezioni, dalla A all’Under 16 (A-Under 23-Under 19-Under 17-Under 16) più le Nazionali di Futsal (A-Under 19). Inoltre, Il 26 marzo 2015 il Consiglio Federale ha approvato le Linee programmatiche per lo sviluppo del Calcio Femminile con lo scopo di avviare un programma di rilancio del movimento calcistico femminile in Italia, finalizzato a produrre un miglioramento degli standard in termini quantitativi e qualitativi; nel settembre del 2017 le suddette linee programmatiche sono state oggetto di una rivisitazione da parte del Consiglio stesso alla luce degli obiettivi raggiunti e focalizzando nuove aree di intervento, rinvigorite lo scorso inverno dalla FIFA, che ha firmato un protocollo di investimenti pari ad 1 miliardo di dollari per il calcio femminile nel corso del ciclo 2019-2022, a seguito di un accordo su finanziamenti supplementari dedicati per un importo di 500 milioni di dollari.

Un movimento che è tutelato dal sistema sportivo italiano, ma che al tempo stesso risente della sua complessità. Gran parte della gestione è infatti affidata alla Lega Nazionale Dilettanti che organizza, dalla Stagione Sportiva 2018/2019 e sino a diversa determinazione, attraverso il Dipartimento Calcio Femminile, il Campionato Interregionale formato da quattro gironi da 10/14 squadre e attraverso i propri Comitati Regionali e Delegazioni Provinciali i Campionati di Serie C e Serie D.

Nelle competizioni internazionali per club, all’Italia sono riservati due posti nella UEFA Champions League Femminile, assegnati alle prime due società del campionato di Serie A (vincente Campionato e seconda classificata).

A livello giovanile, il Settore Giovanile e Scolastico della FIGC è impegnato in numerosi progetti rivolti all’attività di base, sia attraverso attività rivolte alle scuole che alle squadre giovanili delle società affiliate.

Di particolare rilievo l’attività dei Centri Federali Territoriali per la valorizzazione del settore giovanile, un progetto che si rivolge anche alle giovani calciatrici provenienti dalle Società dilettantistiche e che da qui al 2020 permetterà il monitoraggio di 3500 ragazze, puntando in 10 anni ad inserire nel programma formativo più di 5000 calciatrici.

A metà tra l’attività agonistica e quella giovanile rientra invece il Torneo delle Regioni, promosso dalla Lega Nazionale Dilettanti e riservato alle Rappresentative Regionali Femminili Under 23, composte da calciatrici tesserate per i club di Serie C e D. Istituito nel 1990 rappresenta una competizione nazionale che permette a numerose calciatrici di club locali di mettersi in luce per le categorie superiori.

Inoltre dal 2014, la FIGC ha inserito la categoria ‘Calciatrice italiana’ nella Hall of Fame del Calcio italiano, il premio riservato alle leggende del nostro calcio: ne sono entrate a far parte Carolina Morace, Patrizia Panico, Melania Gabbiadini, Elisabetta Vignotto, Milena Bertolini.

Insomma, ci troviamo di fronte, anzi, addentrati in un movimento che è un ciclone in fermento pronto a spazzare via qualsiasi tipo di pregiudizio. Siamo entrati in un’epoca di costruzione, programmi e finanziamenti. Un movimento con ampi margini di crescita e si preannuncia diventare forte, indipendente dall’eroismo delle Morace del futuro, al quale comunque deve molto, poichè lo ha messo nelle condizioni di non avere paura di camminare con le proprie gambe, sentendole forti e solide, alleggerite dal pregiudizio di una gonnellina o di un tacco a spillo, e orgogliosamente piene di cicatrici ed in odor di canfora.

Autore

Carlo Alessandri

Ex calciatore professionista. Laureato a pieni voti in Forme e Tecniche dello Spettacolo alla Sapienza di Roma. Dal 2012 al 2017 opera nel settore della produzione e distribuzione cinematografica. Nel 2017 ha conseguito l’Executive Master in Management dello Sport LUISS-CONI. E’ autore – regista di corti, docu e format originali di intrattenimento sui temi Sport ed Esports.

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